Chiudi un progetto importante e ti senti al settimo cielo. Il capo ti fa i complimenti e per qualche ora ti sembra di camminare sulle nuvole. Quella presentazione che hai preparato fino alle tre di notte ha funzionato alla grande e ora senti di valere davvero qualcosa. Ma poi, poche ore dopo, quel senso di vuoto torna a bussare. E l’unica cosa che riesce a riempirlo è buttarti a capofitto nel prossimo progetto, nella prossima scadenza, nella prossima possibile vittoria.
Se questa dinamica ti suona familiare, probabilmente hai sperimentato sulla tua pelle qualcosa che gli psicologi studiano da anni: il lavoro può trasformarsi in una vera e propria dipendenza comportamentale, con meccanismi psicologici sorprendentemente simili a quelli del gioco d’azzardo patologico. Mark Griffiths, uno dei maggiori esperti mondiali di dipendenze comportamentali, ha dimostrato nel 2005 che il workaholism segue gli stessi schemi delle altre addiction: ricerca compulsiva di gratificazione, incapacità di fermarsi, sintomi di astinenza quando non si lavora, conflitti con le altre aree della vita e continue ricadute dopo i tentativi di cambiare.
Il tuo cervello, insomma, può diventare dipendente dalle email di lavoro esattamente come quello di un giocatore dalle carte da poker. La questione interessante è capire come si arriva a questo punto. Bryan Robinson, psicoterapeuta clinico che ha dedicato decenni allo studio del workaholism, ha scoperto che dietro il lavoratore compulsivo si nasconde spesso un meccanismo di evitamento mascherato da ambizione. In pratica: non stai inseguendo il successo, stai scappando da qualcos’altro.
Il Cervello Che Rincorre la Prossima Vincita
Funziona così. Ogni volta che chiudi con successo un progetto, il tuo cervello rilascia dopamina nei circuiti della ricompensa. È la stessa sostanza che viene rilasciata quando vinci una mano a poker o quando ricevi un like sui social. Il problema è che questo sistema, evolutivamente progettato per spingerci a cercare cibo e sicurezza, nel mondo moderno può incepparsi. E quando si inceppa sul lavoro, nascono guai seri.
Come il giocatore che dopo la prima vincita punta sempre di più per provare di nuovo quella scarica di euforia, anche tu aumenti le ore, i progetti, le responsabilità. Ma più vinci, più hai bisogno di vincere ancora. Quella presentazione che tre mesi fa ti aveva fatto sentire invincibile? Ora non basta più. Serve qualcosa di più grande, di più impegnativo, di più rischioso. Il banco alza sempre la posta.
Griffiths ha identificato sei componenti che accomunano tutte le dipendenze comportamentali, e il workaholism le presenta tutte quante. La prima è la centralità assoluta: il lavoro diventa la cosa più importante della tua vita, quella che domina pensieri ed emozioni anche quando non stai lavorando. Pensi alle email mentre fai la doccia, ripassi mentalmente la presentazione mentre fingi di ascoltare tua moglie, pianifichi la settimana mentre guardi distrattamente un film.
Poi arriva la modificazione dello stato emotivo: non lavori più perché è necessario o perché ti piace, ma perché non lavorare ti fa sentire ansioso, in colpa, vuoto. Il lavoro è diventato il tuo regolatore emotivo, la tua valvola di sfogo, il tuo analgesico. Segue la tolleranza: serve sempre più lavoro per ottenere lo stesso effetto gratificante. Ricordi quando eri soddisfatto di una giornata produttiva di otto ore? Ora ne servono dieci. Poi dodici. Poi il weekend. E non basta mai davvero.
La Bugia Che Ti Racconti Ogni Giorno
Quando non lavori ti senti irritabile, irrequieto, fuori posto. Le vacanze diventano torture psicologiche. Il weekend è un deserto emotivo da attraversare prima di tornare alla scrivania dove tutto ha finalmente senso. Nel frattempo il lavoro comincia a divorare tutte le altre aree della vita: le relazioni si sgretolano, gli hobby spariscono, la salute viene sacrificata sull’altare della produttività. Ma tu continui, perché fermarti significherebbe affrontare tutto ciò che hai trascurato.
La parte più insidiosa di questa dinamica è che il workaholism è socialmente accettato, anzi celebrato. Nessuno ti fermerà per strada dicendoti che lavori troppo. Anzi, ti chiameranno “dedicato”, “appassionato”, “professionale”. Riceverai promozioni, riconoscimenti, email di ringraziamento dal management. È l’alibi perfetto.
Uno studio condotto in Giappone da ricercatori come Shimazu e Kawakami ha evidenziato che i lavoratori con alti livelli di workaholism presentano tratti psicologici specifici: perfezionismo patologico, bassa autostima di base, forte bisogno di controllo e paura paralizzante del fallimento. Tradotto in termini pratici: se il tuo senso di valore dipende dal chiudere quel contratto, dall’ottenere quella promozione, dal ricevere quella mail di approvazione, sei in trappola.
Cosa Stai Davvero Evitando
Robinson ha passato anni a intervistare lavoratori compulsivi e ha scoperto un pattern ricorrente: dietro l’iperattività lavorativa si nasconde quasi sempre un meccanismo di evitamento. Il lavoro diventa una fuga perfettamente socialmente accettabile da cose che fanno troppa paura per essere affrontate. Una relazione di coppia che si è svuotata ma che richiederebbe conversazioni dolorose per essere rianimata o chiusa. Un senso di vuoto esistenziale che emerge ogni volta che rallenti abbastanza da sentirlo.
Il lavoro, in questo senso, funziona come un anestetico psicologico. Finché corri, finché produci, finché sei impegnato a spegnere incendi professionali, non devi fare i conti con le domande scomode. Chi sei veramente quando non stai producendo qualcosa? Cosa vuoi davvero dalla vita oltre al prossimo aumento? Quali parti di te hai seppellito sotto montagne di presentazioni PowerPoint?
Studi sulla psicologia delle dipendenze comportamentali mostrano che questo tipo di evitamento funziona magnificamente nel breve termine. Lavori sedici ore e quella sera non hai energie per pensare a nient’altro. Missione compiuta. Il problema è che le emozioni e i bisogni che stai evitando non scompaiono: si accumulano, fermentano, e prima o poi presentano il conto.
I Segnali Che Non Puoi Più Ignorare
Come distinguere la dedizione sana dalla dipendenza patologica? Cecilie Schou Andreassen e il suo team hanno sviluppato nel 2012 la Bergen Work Addiction Scale, uno strumento che identifica i segnali chiave del workaholism. Lavori non perché la situazione lo richiede davvero, ma perché non farlo ti genera un’ansia così forte da essere insopportabile. Il lavoro è diventato il tuo ansiolitico, non più una scelta professionale.
Le tue relazioni personali stanno implodendo ma continui a razionalizzare dicendo che è “solo un periodo intenso”. Spoiler: è sempre un periodo intenso. Da due anni. O tre. O cinque. Non riesci a goderti nulla che non sia legato alla produttività. Le vacanze sono torture. I weekend sono deserti emotivi. Il tempo libero ti fa sentire in colpa e ansioso invece che riposato.
Hai sviluppato sintomi fisici che ignori sistematicamente. Mal di testa cronici, disturbi del sonno, problemi digestivi, tensione muscolare costante. Il tuo corpo ti sta mandando segnali disperati ma tu sei troppo impegnato per ascoltarli. E poi c’è un altro segnale inequivocabile: menti sul tempo che dedichi effettivamente al lavoro. Nascondi il laptop quando entra qualcuno in stanza, controlli le email di nascosto sotto il tavolo durante la cena, minimizzi le ore che passi davvero a lavorare quando qualcuno te lo fa notare.
Quando il Castello di Carte Crolla
La destinazione finale di questo percorso ha un nome preciso: burnout. E no, non è semplicemente “essere stanchi”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica il burnout come un fenomeno occupazionale caratterizzato da esaurimento emotivo completo, distacco mentale e cinismo rispetto al lavoro, e senso di inefficacia professionale nonostante gli sforzi.
È quel momento in cui realizzi che hai investito tutto sul numero sbagliato. Studi come quelli di Schaufeli e colleghi mostrano che il workaholism è positivamente correlato a livelli più elevati di burnout, ansia e depressione. In pratica: più sei dipendente dal lavoro, più alta è la probabilità di crollare completamente. E qui arriva il colpo di scena più crudele: il burnout spesso colpisce proprio nel momento di massimo successo esterno. Ottieni finalmente quella promozione che inseguivi da anni e non senti nulla. Il vuoto è ancora lì, più grande e più spaventoso di prima.
Uno studio pubblicato su The Lancet da Kivimäki e colleghi ha dimostrato che lavorare più di cinquantacinque ore settimanali aumenta significativamente il rischio di ictus e malattie cardiovascolari. Altre ricerche mostrano che oltre una certa soglia di ore, la produttività marginale crolla: il cervello stanco commette più errori, ha meno creatività, prende decisioni peggiori.
Come Si Esce dal Casinò
La buona notizia è che è possibile uscire da questo loop, ma richiede un livello di onestà brutale con se stessi. Il primo passo è smettere di raccontarsi la storia della “dedizione professionale” e ammettere che c’è un problema. Che il lavoro è diventato una dipendenza, non una scelta.
Il secondo passo è scavare più a fondo: cosa stai evitando? Quali emozioni ti terrorizzano così tanto da dover riempire ogni secondo con attività frenetiche? Robinson insiste su questo punto: non puoi risolvere il workaholism semplicemente lavorando meno ore, devi affrontare i bisogni psicologici sottostanti che il lavoro sta coprendo.
Il terzo passo è ricostruire un senso di identità che non dipenda esclusivamente dai risultati professionali. La ricerca sulla psicologia positiva, come quella di Martin Seligman, mostra che il benessere duraturo si fonda su una combinazione di elementi: relazioni di qualità, senso di significato, crescita personale, contributo alla comunità. Non solo status e performance lavorativa.
Significa imparare a rispondere alla domanda “chi sono?” senza rifugiarsi immediatamente in titoli professionali e risultati di carriera. E questo, per chi ha passato anni a identificarsi completamente con il proprio lavoro, è terrificante quanto necessario. La differenza fondamentale tra una persona che lavora molto per scelta e un workaholic è il controllo. Uno può fermarsi quando vuole, l’altro no. Uno lavora per vivere, l’altro usa il lavoro per evitare di vivere davvero.
Prova questo esperimento: oggi pomeriggio, spegni tutto e concediti tre ore di tempo completamente libero, senza lavoro, senza email, senza “dare solo una controllata veloce”. Riesci a farlo senza sentirti in colpa, ansioso o perso? Se la risposta è no, probabilmente il gioco si è fatto più serio di quanto pensassi. Il vero successo non è sul foglio Excel delle performance o nella email di congratulazioni del CEO. È nella capacità di guardarti allo specchio e riconoscere una persona intera, con valore intrinseco, indipendentemente da quanti progetti hai chiuso questa settimana. È riuscire a stare con te stesso senza aver bisogno di una to-do list per sentirti abbastanza.
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