Quando passeggiamo tra le corsie refrigerate del supermercato, attratti dai cartelli rossi che annunciano sconti imperdibili sul prosciutto crudo, raramente ci fermiamo a scrutare con attenzione l’etichetta. Eppure, dietro quel prezzo allettante potrebbe celarsi un’informazione cruciale che molti produttori preferiscono mantenere in secondo piano: la reale origine della carne utilizzata. Non si tratta di un dettaglio trascurabile, ma di un elemento fondamentale per comprendere cosa portiamo davvero sulle nostre tavole.
Le diciture ambigue che confondono i consumatori
La legislazione europea prevede l’obbligo di indicare il paese di allevamento e di macellazione delle carni suine fresche e congelate, nonché dei prodotti trasformati in cui la carne è un ingrediente prevalente. Tuttavia, le modalità con cui questa informazione viene riportata in etichetta possono risultare poco chiare per il consumatore medio. Espressioni come “prodotto nell’Unione Europea” o “lavorato in Italia” compaiono spesso sulle confezioni, soprattutto quelle in promozione, e informano sul luogo di trasformazione, ma non specificano necessariamente il paese in cui l’animale è stato allevato e macellato se queste indicazioni non sono riportate in modo esplicito.
Questa apparente vaghezza non è casuale. Mentre le denominazioni protette come DOP e IGP sono disciplinate da regolamenti specifici e garantiscono una filiera tracciata e controllata, con vincoli precisi su materie prime, area geografica e fasi produttive, il prosciutto crudo generico può provenire da suini allevati in contesti molto diversi tra loro, con sistemi produttivi, dimensioni degli allevamenti e pratiche zootecniche eterogenei da uno Stato membro all’altro.
Il paradosso del “lavorato in Italia”
Una pratica diffusa e perfettamente legale consiste nell’importare cosce di maiale da altri Paesi europei per poi effettuare salatura e stagionatura sul territorio nazionale. Le indagini dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e vari dossier delle associazioni dei consumatori hanno documentato l’uso di carni suine estere per prosciutti non DOP trasformati in Italia, che possono riportare indicazioni come “lavorato in Italia” o “prodotto in Italia” anche quando l’origine degli animali è estera. Tecnicamente, questo consente di creare nel consumatore l’impressione rassicurante di un prodotto italiano, quando invece la materia prima proviene da altri Paesi dell’UE.
Questa distinzione non è puramente geografica: può riguardare parametri oggettivi come i metodi di allevamento e il benessere animale, l’alimentazione dei suini con presenza o meno di materie prime OGM consentite dalla normativa europea, i controlli veterinari durante il ciclo produttivo, le normative ambientali e le pratiche di gestione dei reflui. Anche i tempi di stagionatura fanno la differenza: per i prodotti DOP sono regolamentati con minimi di dodici mesi per il Parma e quattordici per il San Daniele, mentre per i prodotti generici possono essere più brevi, incidendo sulle caratteristiche organolettiche finali.
Il legame tra prezzo e provenienza
Quando il prosciutto crudo viene venduto a prezzi sensibilmente inferiori alla media di mercato, soprattutto se confrontato con prodotti a denominazione protetta, è ragionevole interrogarsi su cosa renda possibile quella differenza. La produzione di prosciutti di qualità richiede costi specifici: selezione genetica delle razze, alimentazione mirata, tempi di stagionatura più lunghi e controlli sistematici lungo la filiera, tutti fattori che incidono in modo significativo sul costo finale.
L’utilizzo di cosce provenienti da Paesi dove i costi di produzione sono inferiori permette ai produttori di contenere il prezzo del prodotto finito mantenendo margini competitivi. Le differenze di costo non implicano automaticamente una minore sicurezza alimentare, garantita dagli standard europei, ma possono riflettersi su elementi come durata della stagionatura, caratteristiche sensoriali e posizionamento qualitativo del prodotto. Un prosciutto stagionato dodici mesi richiede inevitabilmente più tempo, spazio e capitale immobilizzato rispetto a uno stagionato sei mesi, e questa differenza si riflette naturalmente sul prezzo finale.

Come decifrare realmente un’etichetta
Per orientarsi con maggior consapevolezza nell’acquisto, è utile leggere con attenzione le informazioni in etichetta. La normativa europea ha introdotto per le carni suine fresche, refrigerate o congelate l’indicazione obbligatoria di “allevato in” e “macellato in”. Quando sulla confezione di un prosciutto crudo sono riportate, in modo chiaro, anche le voci relative alla trasformazione, il consumatore dispone di un quadro più completo della filiera.
La mera indicazione “UE” o “Paesi UE” è consentita dalla normativa quando le carni provengono da più Stati membri. Tuttavia, dal punto di vista informativo, si tratta di una categoria molto ampia: l’Unione Europea include sistemi produttivi che vanno dai piccoli allevamenti familiari alle grandi strutture industriali, con differenze nelle dimensioni aziendali, nelle pratiche zootecniche e nel livello di intensificazione, pur all’interno di un quadro regolatorio comune.
Le alternative consapevoli esistono
Scegliere prodotti con origine chiaramente indicata e controllata non significa necessariamente affrontare spese proibitive. I prosciutti a denominazione protetta come Parma DOP e San Daniele DOP hanno in media prezzi più elevati rispetto ai prodotti generici, ma offrono garanzie formali sulla provenienza delle carni, sull’area di produzione e sui tempi minimi di stagionatura, verificate da organismi di controllo indipendenti. Considerando che il prosciutto crudo è un alimento che, secondo le linee guida nutrizionali, andrebbe consumato in quantità moderate, l’impatto della differenza di prezzo sul bilancio mensile può risultare limitato per molte famiglie.
Esistono inoltre produttori che, pur non aderendo a disciplinari DOP o IGP, scelgono di indicare volontariamente in etichetta l’intera origine della filiera, specificando paese di nascita, allevamento, macellazione e trasformazione. Le ricerche sui comportamenti di acquisto mostrano che un segmento crescente di consumatori è disposto a premiare la trasparenza su origine e modalità produttive, anche in assenza di marchi DOP o IGP, quando l’informazione è chiara e verificabile.
La responsabilità di chi acquista
Ogni volta che mettiamo una confezione nel carrello, esprimiamo una preferenza che va oltre il singolo atto d’acquisto. Le scelte di consumo orientate a prodotti con maggiore tracciabilità e qualità percepita influenzano le strategie delle imprese e la struttura dell’offerta, favorendo filiere che investono in standard più elevati.
Richiedere etichette chiare, complete e facilmente comprensibili non è un capriccio, ma rientra nei diritti riconosciuti ai consumatori dalla normativa europea in materia di informazione sugli alimenti. Una migliore informazione incide sia sulla tutela della salute, sia sulla possibilità di valutare correttamente il rapporto qualità -prezzo nel lungo periodo, sia sulla sostenibilità complessiva del sistema agroalimentare. La prossima volta che un’offerta sul prosciutto crudo catturerà la vostra attenzione, dedicare qualche secondo in più alla lettura del retro della confezione, in particolare alle voci su origine e luogo di trasformazione, può trasformare un acquisto d’impulso in una scelta realmente informata.
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