Quando un nonno osserva il proprio nipote adolescente ritirarsi dal mondo, sminuirsi a ogni occasione e paralizzarsi davanti alle sfide, è normale sentirsi impotenti. Quella sensazione di voler intervenire si scontra con il timore di invadere il territorio educativo dei genitori o, peggio ancora, di dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato. Eppure, i nonni occupano una posizione unica e preziosa: non sono genitori, ma nemmeno estranei. Sono figure che possono offrire un tipo di sostegno diverso, complementare, spesso più distaccato emotivamente e, proprio per questo, potenzialmente molto efficace.
Il ruolo dei nonni nel benessere e nell’autostima degli adolescenti
Secondo diverse ricerche nel campo della psicologia dello sviluppo, le relazioni strette e di supporto con i nonni sono associate a un migliore benessere emotivo, a minori sintomi depressivi e a una maggiore soddisfazione di vita negli adolescenti. A differenza dei genitori, che spesso incarnano aspettative e pressioni legate al rendimento scolastico o sociale, i nonni possono offrire uno spazio di ascolto percepito come meno giudicante.
Le ricerche sull’attaccamento intergenerazionale mostrano che figure adulte diverse dai genitori possono fungere da base di sicurezza alternativa quando offrono disponibilità , sensibilità e continuità nella relazione. Questa posizione privilegiata consente loro di sostenere il senso di valore personale del nipote senza attivare i tipici conflitti genitore-figlio dell’adolescenza.
La chiave sta nel comprendere che un adolescente con bassa autostima non trae beneficio principalmente da frasi motivazionali generiche come “devi avere più fiducia in te stesso”. Il senso di competenza personale si costruisce soprattutto attraverso esperienze concrete di riuscita e feedback realistici, non attraverso elogi vuoti o prescrizioni astratte.
La strategia del dialogo indiretto
Invece di affrontare frontalmente il tema dell’autostima, un nonno può utilizzare la narrazione autobiografica come strumento relazionale. La psicologia narrativa indica che condividere in modo calibrato episodi personali di fallimento, imbarazzo o insicurezza può aumentare la vicinanza percepita e la fiducia, favorendo l’identificazione dell’adolescente e la normalizzazione delle proprie difficoltà .
Raccontare episodi della propria vita in cui si è sperimentato il fallimento, l’imbarazzo sociale o l’insicurezza crea un ponte empatico. L’adolescente scopre che anche il nonno, figura percepita come solida e realizzata, ha attraversato momenti di fragilità . Questi racconti, perché siano efficaci, devono essere autentici, concreti e non moralistici. Lasciare che il nipote tragga da sé le proprie conclusioni rafforza il suo senso di autonomia cognitiva e decisionale.
Creare microesperienze di successo
La ricerca sulla self-efficacy di Albert Bandura mostra che la fonte più potente di fiducia nelle proprie capacità sono le esperienze di padronanza: compiti affrontati con successo, soprattutto se per gradi e con un adeguato supporto. Un nonno può diventare l’architetto di queste piccole vittorie quotidiane.
I progetti condivisi a bassa pressione rappresentano un’opportunità preziosa. Cucinare insieme una ricetta un po’ impegnativa, riparare un oggetto, coltivare un orto o portare a termine un piccolo progetto manuale: le attività pratiche con un risultato tangibile forniscono esperienze di padronanza, specialmente se il nonno offre istruzioni chiare, incoraggiamento e lascia al nipote un ruolo attivo nella riuscita.
Un altro approccio efficace consiste nella delega di responsabilità reali. Chiedere al nipote di insegnare qualcosa al nonno, come un’app, un videogioco, una funzione del telefono o un argomento scolastico, crea un’inversione di ruoli potente. Spiegare a qualcuno un contenuto rafforza sia la comprensione sia il senso di competenza di chi insegna.
Anche proporre uscite a due che includano interazioni sociali leggere, come ordinare al bar o chiedere informazioni, può fare la differenza. L’esposizione graduale a situazioni temute o evitate, in presenza di una figura rassicurante, riduce l’impatto dell’ansia percepita. La presenza del nonno funge da base sicura.

Il coordinamento discreto con i genitori
La preoccupazione di non superare i confini educativi è legittima e denota rispetto. La soluzione non è evitare il coinvolgimento, ma creare un’alleanza educativa trasparente. Una conversazione privata con i genitori, in cui il nonno esprime le proprie osservazioni in termini descrittivi e si offre come risorsa, rappresenta l’approccio migliore.
Il linguaggio conta: invece di dire “vostro figlio ha un problema di autostima”, si può dire “ho notato che Marco sembra a disagio in certe situazioni, mi chiedevo se potessi trascorrere più tempo con lui facendo alcune attività che potrebbero interessargli”. Formulazioni centrate sull’osservazione e sull’offerta di supporto riducono la probabilità di reazioni difensive.
È utile informare i genitori delle attività svolte e delle piccole conquiste osservate, creando una narrazione condivisa e positiva che i genitori possano a loro volta rinforzare. Messaggi convergenti da più adulti significativi rafforzano l’effetto delle esperienze positive sul senso di sé del ragazzo.
Riconoscere quando servono interventi professionali
Un nonno attento deve anche saper distinguere tra normale insicurezza adolescenziale e segnali di disagio clinicamente significativo. Evitamento sociale marcato e persistente, umore depresso o irritabile per la maggior parte dei giorni, pensieri fortemente negativi e ripetitivi su di sé, calo significativo del rendimento scolastico, cambiamenti importanti in sonno e appetito: questi sono indicatori che meritano attenzione professionale.
In presenza di questi segnali, può essere opportuno suggerire ai genitori una consultazione con uno psicologo o uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, sottolineando che si tratta di una forma di aiuto basata sull’evidenza scientifica e non di un fallimento educativo. Il nonno può giocare un ruolo importante nel normalizzare l’idea di chiedere aiuto psicologico, ad esempio parlando in modo positivo di chi, in famiglia o nel proprio vissuto, ha tratto beneficio da un supporto professionale.
Il potere della presenza costante
Un aspetto spesso sottovalutato è la semplice continuità della presenza. Sentirsi pensati e ricordati da figure significative, anche attraverso contatti brevi ma regolari, è associato a un maggiore senso di appartenenza e a una migliore autostima globale. Un messaggio settimanale che dimostri interesse genuino per la vita del nipote, senza interrogatori o pressioni, contribuisce nel tempo a costruire un senso di valore personale.
Una frase come “pensavo a te oggi” comunica che il ragazzo occupa uno spazio stabile nei pensieri di qualcuno, contrastando la sensazione di invisibilità che molti adolescenti con bassa autostima sperimentano. Gli adolescenti fragili spesso si sentono irrilevanti o poco degni di attenzione. La presenza affettuosa e costante di un nonno, che ricorda dettagli delle conversazioni precedenti, che nota e celebra piccoli progressi e che offre uno spazio relativamente libero dal giudizio, può diventare un contrappeso importante all’autocritica interna.
Un nonno che agisce con questa consapevolezza non invade il ruolo dei genitori: occupa il proprio, riconosciuto anche dalla letteratura come parte della rete di supporto familiare allargata che favorisce resilienza e adattamento negli adolescenti. In molti casi, la distanza generazionale che separa nonni e nipoti diventa, paradossalmente, proprio quella vicinanza emotiva di cui un adolescente fragile ha più bisogno.
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