Ecco i segnali che qualcuno sta fingendo interesse in una relazione, secondo la psicologia

Sai quella sensazione strana che ti prende alle tre di notte, quando ti giri nel letto e improvvisamente ti chiedi se la persona che dorme accanto a te è davvero coinvolta o sta solo recitando la parte? Quella vocina fastidiosa che ti sussurra “qualcosa non torna” mentre lui o lei ti dice le solite frasi dolci, ma con lo sguardo che sembra guardare oltre te, come se fossi uno sfondo sfocato di una foto di Instagram?

Beh, respira. Non sei paranoico. E soprattutto, non sei solo. La psicologia delle relazioni ci dice che esistono pattern comportamentali piuttosto chiari che distinguono chi è genuinamente interessato da chi sta solo passando il tempo con te, in attesa di qualcosa di meglio o semplicemente perché è comodo. Il problema è che riconoscerli richiede onestà con noi stessi e il coraggio di guardare oltre le parole che vorremmo disperatamente credere vere.

Perché qualcuno dovrebbe fingere? Le ragioni psicologiche dietro le relazioni zombie

Prima di tuffarci nei segnali concreti, facciamo un passo indietro e chiediamoci: ma perché diavolo qualcuno dovrebbe restare in una relazione senza essere davvero coinvolto? Sembra assurdo, vero? Eppure succede più spesso di quanto pensi, e le ragioni sono più complesse di un semplice “è uno stronzo”.

La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby e poi applicata alle relazioni adulte da ricercatori come Cindy Hazan e Philip Shaver negli anni Ottanta e Novanta, ci spiega che alcuni di noi hanno sviluppato stili relazionali evitanti o ambivalenti. Praticamente, da bambini hanno imparato che essere troppo vicini emotivamente è rischioso, quindi da adulti mantengono questa distanza di sicurezza anche quando dicono di amarti. Non lo fanno necessariamente per cattiveria: è un meccanismo automatico di protezione che si sono costruiti quando ancora guardavano i cartoni animati.

Poi c’è la paura della solitudine. Quella sensazione terrificante di restare soli che spinge alcune persone a rimanere in relazioni anche quando sanno benissimo di non essere più innamorate. Come sottolineano gli studi sui processi di separazione, la fine di una relazione attiva reazioni simili a un lutto vero e proprio, con ansia, tristezza e un senso di vuoto che fa paura. Quindi cosa si fa? Si resta. È più facile continuare a recitare che affrontare un sabato sera da soli sul divano a mangiare patatine direttamente dal sacchetto.

E non dimentichiamo la convenienza pratica. Le ricerche sulla separazione di coppia sottolineano come fattori economici e logistici rendano difficile chiudere relazioni anche quando il coinvolgimento emotivo è ridotto. Tradotto: dividere l’affitto è più economico, il tuo appartamento è comodo, gli piace avere qualcuno che cucina o che organizza la vita sociale. Sei diventato un coinquilino evoluto con benefit emotivi optional.

Infine, c’è il bisogno di validazione narcisistica. La letteratura sulla dipendenza affettiva e sui tratti narcisistici descrive persone che mantengono partner “in sospeso” perché gli piace sentirsi desiderati, avere qualcuno che li aspetta, che investe emotivamente in loro. È una forma di potere relazionale sottile ma devastante per chi la subisce: tu dai tutto, loro prendono quello che serve e tengono il resto in standby.

I segnali comportamentali: quando le azioni parlano più forte delle parole dolci

Qui arriviamo al cuore della questione. John Gottman, psicologo che ha studiato le dinamiche di coppia per oltre quarant’anni, ha identificato pattern comportamentali che, quando si presentano in combinazione nel tempo, sono campanelli d’allarme piuttosto sonori di scarso investimento emotivo. E no, non parliamo di un messaggio arrivato in ritardo o di una serata passata con gli amici. Parliamo di tendenze costanti, ripetute, che formano un quadro chiaro.

La comunicazione è diventata il riassunto del meteo

Parliamo ancora, certo. Ma di cosa esattamente? Del tempo. Di quella serie che tutti stanno guardando su Netflix. Di cosa avete mangiato a pranzo. Le conversazioni sono diventate uno scambio educato di informazioni superficiali, come quando parli con il tizio che vende i gratta e vinci all’edicola con cui non hai mai legato davvero.

Gli studi sulla soddisfazione di coppia mostrano che la qualità delle conversazioni intime, quelle dove condividi pensieri veri, emozioni, paure, progetti, è fortemente associata al benessere relazionale. Molto più della semplice quantità di messaggi scambiati. Quando qualcuno è genuinamente interessato a te, fa domande. Vuole sapere cosa pensi davvero, cosa ti tiene sveglio la notte, quali sono i tuoi sogni che non hai il coraggio di dire ad alta voce.

La curiosità è il carburante delle relazioni autentiche. Quando quella curiosità muore e viene sostituita da uno scambio automatico di emoticon e “come va?”, qualcosa si è spento. Gli esperti di dinamiche digitali hanno anche identificato un fenomeno chiamato breadcrumbing, letteralmente “lasciare briciole di pane”: mandare giusto abbastanza segnali di interesse per tenerti agganciato, ma mai abbastanza per costruire qualcosa di concreto. Un messaggio sporadico, una chiamata ogni tanto, proprio quando stai per mollare. Non è amore, è management strategico delle tue aspettative.

Il futuro è quella cosa di cui non si parla mai

Prova a parlare di progetti a lungo termine e osserva attentamente la reazione. Chi finge interesse trova mille scuse creative per evitare di impegnarsi su qualsiasi cosa che vada oltre giovedì prossimo. “Vediamo come va”, “È presto per pensarci”, “Non mi piace fare troppi piani”, “Dobbiamo vivere il presente”.

Certo, nessuno dice che dopo tre mesi dovete pianificare il matrimonio e scegliere i nomi dei figli. Ma le ricerche sul commitment di coppia, come quelle del modello di Caryl Rusbult, mostrano che la disponibilità a pensare in termini di “noi” nel futuro è uno dei correlati più robusti dell’investimento emotivo e della stabilità di una relazione. Al contrario, l’elusione costante di qualsiasi discorso sul domani è associata a basso commitment e maggiore probabilità di rottura.

Se dopo un anno ogni accenno a vacanze insieme, a conoscere la famiglia, a parlare di convivenza viene accolto con un panico appena mascherato da frasi zen sul “vivere nel qui e ora”, ecco, forse non sei nel suo piano quinquennale. Anzi, probabilmente non sei nemmeno nel suo piano mensile. Sei più un post-it temporaneo attaccato al frigo.

Disponibile solo per la parte divertente del programma

È presente ed entusiasta nelle situazioni piacevoli: cene fuori, feste, sesso, weekend rilassanti in montagna. Ma sparisce misteriosamente quando hai bisogno di supporto emotivo vero. Quando attraversi un momento difficile al lavoro, quando sei malato e hai bisogno di qualcuno che ti porti la medicina, quando hai bisogno di parlare di qualcosa che ti preoccupa davvero.

Le ricerche sul sostegno percepito in coppia indicano che la disponibilità del partner nei momenti difficili è uno dei pilastri della sicurezza relazionale e della soddisfazione di coppia. Quando il supporto manca in modo sistematico, aumenta il rischio di disagio psicologico e di instabilità del legame. Le relazioni autentiche si riconoscono nei momenti difficili, non in quelli perfetti da fotografia. Chi è davvero coinvolto vuole esserci anche quando non è divertente, anche quando richiede fatica emotiva e non c’è niente di instagrammabile.

E attenzione: non parliamo di qualche episodio isolato in cui era legittimamente occupato o stressato. Tutti abbiamo momenti in cui siamo meno disponibili. Parliamo di un pattern costante, di un’assenza sistematica proprio quando servirebbe la presenza. Quella sensazione di “non poter contare davvero” sull’altro che ti accompagna sempre.

Affetto intermittente: il gioco d’azzardo emotivo

Un giorno è affettuoso, presente, sembra innamoratissimo. Il giorno dopo freddo, distante, quasi infastidito dalla tua esistenza. E no, non c’è una spiegazione logica per questi cambiamenti. Non è successo niente di particolare. Semplicemente succede, in modo imprevedibile e completamente destabilizzante.

Questo pattern di affetto intermittente è particolarmente insidioso perché, secondo studi sui meccanismi di rinforzo intermittente, crea una dipendenza psicologica simile a quella del gioco d’azzardo. Non sai mai quando arriverà la “ricompensa” emotiva, quindi continui a investire energia ed emozioni sperando che torni la versione affettuosa che hai conosciuto all’inizio. È come tirare la leva della slot machine: ogni tanto vinci qualcosa e questo ti convince a continuare a giocare.

In una relazione sana, l’affetto ha una base relativamente stabile. Certo, ci sono alti e bassi naturali legati allo stress, alla stanchezza, ai problemi della vita. Ma non queste montagne russe emotive dove non riesci mai a capire su che piede ballare. L’incoerenza emotiva cronica è spesso associata a insicurezza di attaccamento e ambivalenza profonda riguardo alla relazione stessa.

Il linguaggio del corpo: quando il fisico dice quello che la bocca nasconde

Facciamo subito una premessa importante perché non voglio che tu diventi uno di quelli che analizza ogni singolo gesto come un detective di CSI: il linguaggio del corpo non è una scienza esatta. I principali studiosi di comunicazione non verbale, come Albert Mehrabian e Paul Ekman, sottolineano che i segnali corporei vanno sempre letti nel contesto e non permettono di “leggere la mente” di qualcuno con certezza assoluta.

Detto questo, la ricerca sulla comunicazione non verbale nelle relazioni indica qualcosa di interessante: quando c’è una discrepanza sistematica tra ciò che qualcuno dice e il modo in cui lo esprime col corpo, il canale non verbale può segnalare disagio, distacco o mancanza di coinvolgimento, anche in assenza di parole esplicite. È come quando qualcuno dice “sono felicissimo per te” con la faccia di chi ha appena morso un limone.

Quando parole e corpo raccontano storie diverse

Dice “mi manchi tanto” ma mentre lo dice guarda il telefono. Dice “ti amo” ma il suo corpo è rigido come un manico di scopa, la voce è piatta, zero calore nello sguardo. Queste incongruenze tra canale verbale e non verbale sono segnali che vale la pena notare, soprattutto se diventano la norma e non l’eccezione.

Quando qualcuno è genuinamente coinvolto, il suo corpo tende spontaneamente verso la persona amata. Non parliamo di scene da film romantico con violini in sottofondo, ma di piccole cose naturali: si avvicina quando parli, ti cerca con lo sguardo in una stanza piena di gente, il suo corpo è “aperto” verso di te piuttosto che chiuso o orientato verso la porta di uscita. Le ricerche osservazionali sulle interazioni di coppia, come quelle condotte nel laboratorio di Gottman, mostrano che questi micro-comportamenti sono più frequenti nelle coppie soddisfatte e affettivamente coinvolte.

Chi finge spesso mantiene una distanza fisica anche mentre dice cose dolci. Il corpo è voltato lateralmente, evita il contatto visivo che dura più di due secondi, raramente inizia spontaneamente il contatto fisico. Sono dettagli sottili, certo, ma quando li metti insieme nel tempo formano un quadro abbastanza chiaro di qualcuno che è presente fisicamente ma assente emotivamente.

La gestione dello spazio: vicini ma lontani

Osserva come gestisce lo spazio condiviso. Chi è emotivamente coinvolto tende, nel tempo, a ridurre naturalmente la distanza fisica. Non in modo soffocante da stalker, ma cercando quella vicinanza che le coppie vere hanno: sedersi vicini sul divano anche quando c’è tutto lo spazio del mondo, toccarsi di passaggio in cucina, quei piccoli gesti di connessione fisica spontanea che non richiedono pensiero.

Chi non è davvero interessato mantiene spesso quella che lo psicologo Edward Hall chiamava “distanza sociale” anche in contesti che dovrebbero essere intimi. È come se ci fosse un campo di forza invisibile che non viene mai oltrepassato davvero. E quando sei tu a ridurre quella distanza, percepisci una leggera tensione, un impercettibile irrigidimento, come se avessi invaso uno spazio che preferirebbero tenere per sé.

Ti è mai capitato di sentirti solo dentro una relazione?
spesso
Raramente
Mai
Solo in passato

Lo sguardo che scappa sempre

Il contatto visivo nelle relazioni è un indicatore potente di connessione emotiva. Studi neuroscientifici mostrano che guardarsi negli occhi attiva circuiti cerebrali legati al legame e alla ricompensa, con rilascio di ossitocina, l’ormone dell’attaccamento. Chi è innamorato cerca lo sguardo dell’altro, trova piacere in quel contatto, quasi non riesce a farne a meno.

Chi finge tende a evitare il contatto visivo prolungato. Non completamente, perché sarebbe troppo ovvio, ma lo sguardo scivola via, si posa su tutto tranne che su di te. È come se guardandoti negli occhi rischiasse di far vedere qualcosa che preferisce nascondere: la sua mancanza di coinvolgimento reale, il fatto che mentalmente è già da un’altra parte.

Ma attenzione, e questo è fondamentale: alcune persone evitano il contatto visivo per timidezza, per questioni culturali, per neurodivergenza come l’autismo. Ecco perché nessun segnale va mai interpretato isolatamente. Conta il contesto, la storia della persona, e soprattutto la combinazione di più elementi nel tempo. Non fare diagnosi basandoti sul fatto che ha guardato lo schermo del telefono mentre parlavi quella volta martedì scorso.

Il pericolo di vedere segnali dove non ci sono (o di ignorarli quando ci sono)

Parliamoci chiaro: c’è un problema enorme quando si parla di “segnali” nelle relazioni. Il rischio è duplice e ugualmente pericoloso: o vediamo problemi ovunque perché siamo insicuri e feriti, o ignoriamo bandiere rosse enormi perché vogliamo disperatamente credere che vada tutto bene.

Il bias di conferma è un meccanismo ben documentato in psicologia cognitiva da autori come Daniel Kahneman: tendiamo a cercare e ricordare soprattutto le informazioni che confermano ciò che già crediamo, ignorando quelle che lo contraddicono. Applicato alle relazioni, significa che se sei convinto che il tuo partner non ti ami, inizierai a vedere “prove” ovunque: un messaggio arrivato con dieci minuti di ritardo, una serata in cui preferisce uscire con gli amici, un complimento non fatto. Tutto diventa conferma del tuo sospetto, anche quando non c’entra niente.

Al contrario, se hai paura di perdere la relazione, il tuo cervello farà acrobazie mentali incredibili per giustificare comportamenti oggettivamente problematici. “È solo stressato dal lavoro da sei mesi”, “Ha bisogno dei suoi spazi ogni singolo weekend”, “In fondo mi ha mandato un cuoricino tre giorni fa, significa che ci tiene”. Gli studi su attaccamento insicuro e ansia di abbandono mostrano che sia l’iper-allerta che la minimizzazione cronica possono ostacolare decisioni lucide e aumentare il rischio di restare in relazioni disfunzionali.

La verità scomoda è che nessuno di noi è un rivelatore di bugie umano. La psicologia forense e gli studi sui metodi di rilevazione della menzogna sottolineano che anche per professionisti addestrati è molto difficile individuare quando qualcuno mente basandosi solo sul comportamento non verbale. Il tasso di errore resta elevato anche per gli esperti. Figurati per noi comuni mortali innamorati e spaventati.

La comunicazione diretta batte qualsiasi corso da detective

Tutti questi segnali possono essere utili per sviluppare una maggiore consapevolezza. Ma sai cosa funziona davvero meglio di qualsiasi analisi del linguaggio del corpo? Parlare. Chiedere direttamente. Essere abbastanza vulnerabili da dire “Sento che c’è qualcosa che non va tra noi, possiamo parlarne con sincerità?”

Lo so, è terrificante. È molto più facile giocare al detective, analizzare ogni singolo messaggio con le amiche, cercare conferme su internet, interpretare segnali ambigui. Ma la ricerca sulle coppie soddisfatte converge su un punto chiaro: la capacità di comunicare apertamente bisogni, paure e insoddisfazioni è uno dei migliori predittori di qualità e durata della relazione. Le terapie di coppia più efficaci, come la terapia focalizzata sulle emozioni, si basano proprio sull’aiutare le persone a esprimere i propri bisogni in modo chiaro e non accusatorio.

Se hai dubbi sul coinvolgimento del tuo partner, merita una conversazione onesta. Non un interrogatorio stile terzo grado, non un’accusa, ma un dialogo aperto sui vostri sentimenti, aspettative, bisogni. Certo, richiede coraggio. Certo, potresti scoprire cose che non vuoi sentire. Ma vivere nel dubbio costante, analizzare ogni gesto, svegliarti alle tre di notte con l’ansia, è decisamente peggio.

E se la risposta che ricevi è sistematicamente evasiva, minimizzante, se ti fa sentire “pazzo” o “paranoico” per aver anche solo sollevato la questione, ecco, quella è probabilmente la risposta più chiara che potresti ricevere. I lavori di Gottman sui “quattro cavalieri dell’apocalisse relazionale” identificano la difensività e il disprezzo come predittori forti di rottura: se ogni volta che esprimi un bisogno legittimo vieni svalutato o colpevolizzato, il problema non sei tu.

Quando il problema sono le tue ferite, non l’altro

Prima di andare avanti, c’è una cosa importante da dire che forse non ti farà piacere sentire: a volte il problema non è che l’altro finge interesse, ma che tu sei così ferito da esperienze passate che non riesci più a riconoscere l’amore genuino quando ce l’hai davanti.

Se hai alle spalle relazioni traumatiche, tradimenti, abbandoni ripetuti, potresti aver sviluppato un sistema di allerta iperattivo. Vedi pericoli ovunque. Interpreti ogni gesto neutro come conferma che “anche questo finirà male”. È un meccanismo di difesa comprensibilissimo: il tuo cervello sta cercando di proteggerti da ulteriori ferite. Ma rischia di sabotare anche relazioni potenzialmente sane, dove l’altro è presente ma tu non riesci più a fidarti.

Gli studi sull’attaccamento insicuro e sul trauma relazionale complesso mostrano che chi ha vissuto ripetute esperienze di rifiuto può sviluppare pattern di iper-vigilanza: cerca costantemente segni di abbandono anche dove non ci sono, ha difficoltà a credere che qualcuno possa realmente volergli bene. In questi casi, la ricerca indica che percorsi di psicoterapia centrati sull’attaccamento o sul trauma possono aiutare a distinguere tra allerta realistica e ansia relazionale cronica.

L’obiettivo non è diventare infallibili nello “smascherare” gli altri, ma costruire una base interna di sicurezza che ti permetta di scegliere meglio, comunicare in modo più chiaro e tollerare la vulnerabilità dell’intimità senza andare nel panico ogni volta che il partner non risponde subito a un messaggio.

Cosa fare quando i segnali formano un quadro chiaro

Diciamo che hai osservato con onestà la tua relazione per un periodo significativo. Hai visto pattern ripetuti nel tempo, non episodi isolati. Hai tentato la comunicazione diretta e hai ricevuto solo risposte evasive o colpevolizzazioni. I comportamenti non cambiano. Il disagio non diminuisce. A questo punto, cosa fai?

Non esiste una risposta universale valida per tutti. Ogni relazione è unica, ogni situazione ha le sue complessità. Ma ci sono alcune domande che la letteratura sul benessere psicologico in coppia suggerisce di farti con sincerità:

  • Questa relazione ti nutre o ti prosciuga? Le relazioni con buona reciprocità e sostegno sono associate a migliori indicatori di salute mentale. Al contrario, relazioni croniche caratterizzate da rifiuto, svalutazione o ambivalenza aumentano il rischio di sintomi depressivi e ansiosi. Se ti senti costantemente svuotato, insicuro, in ansia, qualcosa non sta funzionando e non è colpa tua.
  • Stai restando per amore o per paura? Paura della solitudine, del cambiamento, di non trovare nessun altro, di aver sprecato tempo. Come evidenziano diversi studi sui processi di separazione, queste sono motivazioni comprensibilissime ma non sufficienti per restare in una relazione dove l’altro non è realmente coinvolto. La paura è una pessima consigliera per le scelte di vita.
  • Quanto di te stai sacrificando per mantenere questa relazione? Se ti ritrovi a camminare sulle uova, a minimizzare costantemente i tuoi bisogni, a convincerti che è normale accontentarsi di briciole di affetto, a rinunciare a parti importanti di te per non “disturbarlo”, forse è tempo di riconsiderare. La ricerca concorda nel ritenere che la rinuncia costante ai propri bisogni fondamentali per evitare il conflitto sia un fattore di rischio per depressione e perdita di autostima.

A volte, accettare che qualcuno non è davvero coinvolto è il primo passo verso la libertà. È doloroso, certo. Fa male ammettere di aver investito tempo ed emozioni in qualcosa che non era reciproco. Ma rimanere in una relazione unilaterale, dove tu dai tutto e l’altro è solo un ospite temporaneo nella sua stessa storia d’amore, è un dolore che si prolunga all’infinito e ti consuma un pezzo alla volta.

La relazione più importante rimane quella con te stesso

Alla fine di questo viaggio tra segnali, pattern comportamentali e linguaggio del corpo, c’è una verità che vale la pena tatuarsi nel cervello: la relazione più importante che avrai mai è quella con te stesso. Punto.

Tutti questi segnali, questi indicatori, questi campanelli d’allarme servono a poco se non hai costruito prima un rapporto solido con la tua identità, i tuoi valori, i tuoi confini. Se non sai chi sei quando non sei in coppia, sarai sempre vulnerabile a chi ti offre briciole di affetto facendole sembrare un banchetto da cinque stelle. Molta letteratura sulla resilienza dopo le rotture mostra che, per molte persone, la fine di un legame può diventare un’occasione per rafforzare identità e capacità di auto-cura.

Impara a riconoscere il tuo valore indipendentemente da quanto qualcun altro ti “sceglie” o ti “vuole”. Coltiva interessi, amicizie, progetti che esistono al di fuori della relazione. Costruisci una vita che ti piace vivere anche da solo, così che stare con qualcuno sia una scelta consapevole e gioiosa, non una necessità disperata per riempire un vuoto.

Gli studi sulla autostima e sulla scelta del partner mostrano che quando aumenta la consapevolezza del proprio valore, le persone diventano naturalmente più selettive nelle scelte affettive e meno inclini a restare in relazioni di scarso rispetto o coinvolgimento. Non è egoismo, è salute mentale. Non è essere difficili, è sapere cosa meriti.

Perché quando sai chi sei e cosa meriti davvero, i segnali diventano molto più facili da leggere. Non perché sei diventato un esperto di psicologia con dottorato honoris causa in lettura del pensiero, ma perché hai sviluppato quella saggezza interiore che ti dice chiaramente: “Questo non mi fa stare bene. E io merito di stare bene, con qualcuno che sceglie attivamente di esserci, non che resta per inerzia o convenienza”.

Alla fine, non si tratta tanto di capire se qualcuno sta fingendo interesse. Si tratta di sapere che tu non fingerai mai, che ti impegnerai sempre con autenticità quando scegli qualcuno, e che non accetterai meno di quello che sei disposto a dare. Non per orgoglio, non per vendetta, ma per rispetto verso te stesso e verso la possibilità di costruire qualcosa di reale con qualcuno che è davvero presente, non solo fisicamente ma emotivamente. E questo, davvero, non è negoziabile.

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